Cuncambias 2011 | Per un pugno di Storie: alla conquista di un sogno
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C’è Raimonda che non si riconosce nei cow-boy, e nemmeno Stefano, e tutti e due preferiscono gli indiani. C’è Giovanni che fa l’apologia non dei cavalli ma degli asini, meglio se cocciuti come quelli campidanesi. C’ è Noemi che sa che il Far-West, il “lontano e selvaggio West” è qui, mentre molti non se ne sono accorti. Poi c’è Giulio che ha il papà che faceva il pastore e per questo gli piacciono i cowboy buoni e giusti, e anche per questo è amico dell’altro Giulio che ha il doppio dei suoi anni e forse, chissà, gli ricorda proprio il padre. Poi c’è Fabrizio che ama scrivere e sogna un viaggio tutti insieme al paesino western di San Salvatore nel Sinis, c’è Roberto, filosofico, che pensa che la vera conquista sia quella dell’essere, cioè la conquista dell’”est”, alla sarda, senza la W, e poi Giacomo che pensa al Fiume Sand Creek di De Andrè e crede che non debba essere troppo diverso dal nostro Rio Mannu, e poi Oriol che disegna come il grande Galeppini di Tex Willer, e Paolo, e Anna, e Ida..
Questi pensieri, queste suggestioni non sono frutto dei corsi di scrittura creativa delle scuole elementari sansperatine; non sono parto riflessivo e poetico dei fantastici bambini del Paese Museo ma, molto più prosaicamente, degli organizzatori di Cuncambias. Che, sì, questa volta sono tornati un po’ bambini. E quindi si sentono più liberi di sognare.
Sognare la normalità.
Con un cappello a tesa larga e gli speroni, perché no.
Signore e signori, amiche e amici:
Per un pugno di storie – Alla conquista di un sogno , così si intitola l’ottava edizione del Festival di Cuncambias, e si capiscono subito alcune cose sin dal
titolo.
Si capisce che le storie sono sempre il nostro campo da gioco preferito, il nostro pane quotidiano, la nostra ricerca e la nostra ricetta della felicità (oltre a essere parola immancabile, storie, nei titoli di otto Cuncambias consecutivi).
Si capisce che il West è una metafora perfetta, un serbatoio dell’immaginario alla portata di tutti, un pretesto ideale per un Festival che ha sempre fatto dell’invenzione scenica e teatrale uno dei suoi punti di forza.
Si capisce che dietro un ironico gioco di citazioni, dietro il grande cinema e gli spaghetti-western, l’accento che si vuole evidenziare cade sulla parola “conquista”, da intendersi ovviamente nell’accezione non-violenta, nel suo essere rafforzativo della parola cercare, nel suo voler significare “ottenere con fatica”.
Ecco cosa significa “conquistare”, per noi. Non ci sono terre da annettere (di solito, a spese di qualcun altro), o popoli da ridurre in semi-schiavitù (e un po’ non l’hanno fatto anche con i sardi?), o corse all’oro da vincere (per vincere cosa, poi?).. Qui, del West, c’è il gusto per la sfida e le sfide, il gusto per il racconto e per i luoghi del racconto (e di saloon, dalle nostre parti, non ne sono mai mancati), l’idea che una comunità possa far fronte, da sola, all’orda di calamità e crimini che la assediano (e tra crisi economiche, disoccupazione, predoni e desperados scegliete quella che preferite), proprio come in certi film western.
Ma soprattutto c’è un sogno da conquistare, un sogno per cui un gruppo di persone (sempre di più, per fortuna) si incontra per tutto un anno discutendo e progettando, un rione si fa alfiere dell’ospitalità e della generosità più bella, un paese mette da parte le sue differenze e le sue partigianerie, e tutto questo per ottenere la cosa più difficile, la cosa (sempre) più carente, lontana, agognata e sognata: la normalità.
La normalità degli uomini e delle donne, dei bambini e degli anziani, la normalità di chi è pronto, almeno ogni tanto, almeno una volta all’anno, a mettere da parte difficoltà e problemi (e chi non li ha?) e a incontrare e a scambiare con gli altri, a cuncambiai ; stavolta, perché no, vestiti da cowboy (o da indiani, se preferite: vi assicuriamo che non ci sarà battaglia).
Vi aspettiamo.
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